Dirac non mi è piaciuto.
Potrei limitarmi al titolo del post perché il senso del mio breve intervento sta tutto lì, ma c’è sempre la possibilità che altri lettori possano apprezzarlo o che piuttosto il mio giudizio negativo sia dettato dalla assoluta mancanza di indulgenza che tendo a riservare agli autori della mia età e di cui sono invece più spesso prodiga nei confronti dei contemporanei nati debitamente prima o debitamente dopo di me, per cui quello del titolo del post non sarà il punto finale.
Dirac, romanzo del tedesco Dietmar Dath del 2006, a dispetto di tutte le apparenze dei temi e dei personaggi toccati, non è un’autobiografia del fisico inglese, non è un ritratto della generazione scema (doof) dei trentenni, non è un’opera che concilia la fisica con la poesia e non è il racconto del progetto Manhattan né di una delle più famose apparizioni degli UFO sulla terra.
È un’opera cui questi temi, ed in particolare il mare di Dirac, la passione di Oppenheimer per Dante e l’incapacità di Dirac di comprenderla (“In fisica cerchiamo di dire qualcosa che prima nessuno sapeva con simboli che tutti capiscono. In poesia vale il contrario.”), la scomparsa repentina e irreversibile dell’intero panorama in cui i trentenni sono nati e cresciuti (l’URSS, il punk, la RAF, il desiderio di colonizzare l’universo) e l’incidente di Roswell servono, ahimè, per costruire un meccanismo solo apparentemente complesso – generato a partire dal protagonista David, che di Dirac desidera scrivere una biografia e che di Dath è l’alter ego - ma così palese ed ingombrante da non poter reggere un romanzo senza distruggerlo, specie se temi e persone finiscono per intrecciarsi o per generare rimandi reciproci su più piani temporali in assenza della semplicità, della spontaneità e della naturalezza che a me sembrano necessarie perché ce lo si possa permettere senza deludere nonostante tutte le ricche e promettenti premesse (e questo è veramente il punto finale).