Lesewanderer

Letture e note italo-sveve

Der mich ganz durchgehende Eifer mit dem ich lese

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Così mi passa la domenica quieta e piovosa, sto seduto nella mia camera in pace, ma invece di risolvermi a scrivere e a riversare nello scritto, come per esempio avrei voluto fare ier l’altro, me stesso con tutto ciò che sono, ho fissato ora per parecchio tempo le mie dita. Credo di essere stato questa settimana interamente sotto l’influsso di Goethe, di avere esaurito appunto la potenza di questo influsso e di essere quindi diventato inutile.

Franz Kafka, Diari, 7 gennaio 1912, traduzione di Ervino Pocar

Lo zelo da cui sono pervaso e con cui leggo opere su Goethe (colloqui di Goethe, suoi anni di studio, ore passate con lui, soggiorno di Goethe a Francoforte) mi tiene lontano da ogni tentativo di scrivere.

Franz Kafka, Diari, 4 febbraio 1912, traduzione di Ervino Pocar

Non è domenica, non piove, ma oggi mi sono trovata a risfogliare Kafka. Non a caso, come di solito mi capita, ma guidata da Vila-Matas.

Ultimo domíngo de julio, lluvioso. Me trae el recuerdo de un domingo lluvioso que Kafka registró en sus Diarios: un dominguo en el que el escritor, por culpa de Goethe, se siente invadido por una total parálisis de escritura y pasa el día mirando fijamente sus dedos, presa del síndrome de Bartleby.

“Así me va el domingo apacible – escribe Kafka -, así me va el domingo lluvioso. Estoy sentado en el dormitorio y dispongo de silencio, pero en lugar de decidirme a escribir, actividad en la que anteayer, por ejemplo, hubiese querido volcarme con todo lo que soy, me he quedado ahora largo rato mirando fijamente mis dedos. Creo che esta semana he estado influido totalmente por Goethe, creo que acabo de agotar el vigor de dicho influjo y que por ello me he vuelto inútil.”

Esto escrive Kafka un domingo lluvioso de enero de 1912. Dos páginas más adelante, las que corresponden al 4 de febrero… be’, ormai lo sappiamo.

Written by lesewanderer431

5 settembre 2009 alle 4:55 pm

schreibt Rudolf

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Von März bis Dezember, schreibt Rudolf, während ich, was in diesem Zusammenhang gesagt sein muß, große Mengen Prednisolon einzunehmen hatte, um meinem zum dritten Mal akut gewordenen morbus boeck entgegenzuwirken, trug ich alle nur möglichen und unmöglichen Bücher und Schriften von und über Mendelssohn Bartholdy zusammen, suchte alle möglichen und unmöglichen Bibliotheken auf, um meinen Lieblingskomponisten und sein Werk von Grund auf kennenzulernen und, so mein Anspruch, mit dem leidenschaftlichsten Ernst für ein solches Unternehmen wie das Niederschreiben einer größeren wissenschaftlich einwandfreien Arbeit, vor welcher ich tatsächlich schon den ganzen vorausgegangenen Winter die größte Angst gehabt  habe, alle diese Bücher und Schriften auf das sorgfältigste zu studieren, war mein Vorsatz gewesen und erst darauf, endlich, nach diesem gründlichen, dem Gegenstand angemessen Studium, genau am siebeundzwanzigsten Jänner um vier Uhr früh diese meine, wie ich glaubte, alles bisher von mir die sogenannte Musikwissenschaft betreffende von mir aufgeschriebene Veröffentlichte sowie Nichtveröffentlichte weit zurück- und unter sich lassende, schon seit zehn Jahren geplante, aber immer wieder nicht zustande gekommene Arbeit angehen zu können nach der für den Sechsundzwanzigsten bestimmten Abreise meiner Schwester, deren wochenlange Anwesenheit in Peiskam selbst den geringsten Gedanken an eine Inangriffnahme meiner Arbeit über Mendelssohn Bartholdy in seinen Ansätzen sogleich zunichte gemacht hatte.

Ich zog die Vorhänge meines Zimmers zu, schreibt Rudolf, nahm mehrere Schlaftabletten ein und erwachte erst sechsundzwanzig Stunden später in höchster Angst.

Thomas Bernhard, Beton, 1982

Written by lesewanderer431

5 settembre 2009 alle 3:01 pm

Danke, Hans Magnus, wenn ich sagen darf

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Né saggio storico basato solo su fatti, per quanto reperiti da numerose fonti scritte e orali, la cui verifica l’autore lascia nella postfazione – con molto understatement – agli storici, tra cui non si ascrive, né romanzo nonostante la vivacità dell’artificio letterario delle conversazioni immaginarie con i protagonisti della storia trattata, che, trattandosi di una storia del passato, sono dei morti, ai quali rivolgere le domande che restano aperte anche dopo la consultazione dei documenti e degli archivi e le testimonianze dei pochissimi sopravvissuti, Hammerstein oder der Eigensinn di Hans Magnus Enzensberger è un’opera che contiene qualcosa di entrambe ma non è classificabile in nessuna delle due tipologie di scritti ed è proprio questo, assieme al tema, al suo respiro, alla ricchezza dei punti di vista offerti e alle domande che suscita, che lo rende un libro sorprendente e quindi bellissimo.

Sorprendente perché nel prenderlo in mano si potrebbe pensare – a me è successo così – di trovarsi di fronte solo alla biografia di Kurt von Hammerstein, un nobile, un militare, capo di stato maggiore, uno dei pochi che nel 1933 capì tutto e che nel 1934, avendo capito tutto, si dimise dal suo incarico e divenne una figura della resistenza a Hitler tanto importante quanto a lungo dimenticata.

Sorprendente perché invece non si limita né al solo Hammerstein né al periodo nazista e al fallimento della resistenza tedesca a Hitler, ma spazia con grande respiro dalla repubblica di Weimar fino alla Germania divisa del dopoguerra mostrandone il processo nelle continuità, nelle contraddizioni, nelle prevedibilità e negli scarti operati dalla storia e dagli uomini.

Soprendente perché nella famiglia e nell’intero entourage della famiglia Hammerstein non c’è stato un solo nazista, e questo può essere detto per poche famiglie tedesche.

Sorprendente perché tra i suoi sette figli e i loro consorti ci fu chi frequentò comunisti ed ebrei ed ebrei salvò, chi fece dello spionaggio e lavorò per il Komintern, chi voleva emigrare in Palestina e si ritrovò in Giappone, chi si trovò protagonista della vicenda dell’attentato a Hitler, fisicamente presente, il 20 luglio del 1944, nel Bendlerblock, e riuscì ad uscirne indenne per averlo conosciuto nei giochi da bambino.

Sorprendente perché mostra le sfaccettature e il destino di un’intera generazione di tedeschi, mai abbastanza ricordata o al più lasciata ad essere rappresentata da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, che crede nel comunismo, ci si butta anima e corpo, rimane sconfitta e letteralmente sterminata non solo dalla repressione tedesca – dalla fine inflitta agli spartachisti fino a quella riservata anni dopo a comunisti e a tutti gli altri oppositori politici nel campo di sterminio di Dachau, che per quello scopo fu principalmente concepito -, ma anche e soprattutto da quella staliniana: nel marzo del 1938, dice Enzensberger, il 70% dei comunisti tedeschi era agli arresti in Unione Sovietica. Centinaia di loro furono condannati a morte, migliaia alla detenzione nei Gulag. Una generazione, quest’ultima, sconfitta due volte, e forse per questo condannata più di altre all’oblio nel mare della letteratura che si occupa di criminali nazisti o di resistenza circoscritta alla Rosa Bianca.

Sorprendente perché è un libro scritto da un signore nato nel 1929 che scrive cose serie e affronta temi densi con sguardo da giovane curioso, osando, esplorando zone che sono normalmente monopolio degli storici di professione con gli strumenti della letteratura, inventando forme, esponendosi anche in prima persona ed intromettendosi, da autore, nella storia senza paura, in modo elegante, funzionale e misurato, spesso ironizzando, il tutto senza mai perdere il rigore che si deve nella ricerca dei fatti storici e nella loro analisi, valutazione e presentazione al lettore.

Danke, Hans Magnus, wenn ich sagen darf.

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Il sito della casa editrice tedesca, che contiene un bel video di presentazione, una ricca appendice e delle foto, e quello della casa editrice italiana dedicati al volume, tradotto in italiano da Valentina Tortelli.

Written by lesewanderer431

9 agosto 2009 alle 10:34 pm

Finalmente!

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Lo dice, sulla Frankfurter Rundschau,  Arno Widmann, che pensa che il germanista triestino Claudio Magris avrebbe dovuto vincere il prestigioso Friedenspreis des Deutschen Buchhandels (Premio per la pace dell’Associazione degli editori tedeschi) fin dal 1986, anno di pubblicazione di Danubio, e non nel 2009, come è invece accaduto. 

Aggiunge poi Widmann:

Lo sguardo da Trieste sull’Europa ci è sembrato a lungo uno sguardo periferico. Claudio Magris ci ha aiutato a capire che il nostro sguardo passava attraverso le lenti di Jalta. Non lo ha fatto predicando la rivoluzione, ma come uno che non accettava il motivo per cui l’Europa dovesse finire per sempre con la cortina di ferro. L’Europa, ha scritto una volta, è ein Gefühl des Zusammenhangs (non conoscendo la versione originale di Magris, sarei portata a a renderlo come sentimento di coesione, coralità del sentire, ndt). Non ci sono molti autori che abbiano ampliato così questo nostro sentimento.

La patria di chi, leggendone i libri, viaggia con Claudio Magris, si allarga al mondo, e il mondo – così il lettore impara velocemente – non è troppo grande per il piccolo spazio di un caffè di Trieste. A farci arrivare lontano, più lontano di quanto immaginiamo, se lanciamo uno sguardo anche solo a genitori e nonni, amici e amiche, a fare questo Claudio Magris ha aperto anche a noi gli occhi.

Tutto l’articolo qui.

Molti i giornali che ne parlano: segnalo la Neue Zürcher Zeitung, la Frankfurter Allgemeine Zeitung, che altrove non gradisce l’assegnazione del premio a Magris, come se vivessimo ancora nella vecchia Europa e non nel contesto attuale, in piena crisi mondiale, con l’Iran in subbuglio e l’eterna crisi israelo-palestinese, la Süddeutsche Zeitung e la Zeit.

La lista dei vincitori del premio che, come da tradizione, verrà conferito in ottobre nella Paulskirche di Francoforte, si trova qui.

Io dirò “Finalmente!” quando qualcuno ricorderà con il giusto rilievo il modo intenso, eppure dotato di straordinaria grazia e leggerezza, di rielaborare e narrare un’esperienza tragica come quella dell’esodo degli italiani da Fiume senza forzature ideologiche o fini politici – come spesso è accaduto – e nel pieno rispetto della propria e dell’altrui storia, proprio a partire da uno sguardo solo apparentemente limitato alla propria cerchia familiare, quello riuscito in Verde acqua a Marisa Madieri, di cui Claudio Magris era marito (l’inversione del modo in cui viene solitamente ricordato il rapporto tra i due – non sfuggirà – è voluta).

Siamo uomini o badulaques?

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Quattro critici letterari, un francese, Pelletier, uno spagnolo, Espinoza, un italiano, Morini, ed una inglese, Norton, si incontrano ad un convegno di letteratura tedesca. Inizia un rapporto generato dalla comune passione per il più grande scrittore tedesco del Novecento, Benno von Archimboldi. Tra Pelletier, Espinoza e Norton nasce un triangolo amoroso. Un venerdì sera Pelletier ed Espinoza vanno a Londra per passare il fine settimana con Norton. Espinoza le porta un mazzo di fiori, Pelletier un libro di Sir Jacob Epstein, avvolto in finissima carta da regalo. Con sorpresa e orrore, trovano Norton in compagnia di un giovane inglese, Pritchard. Nonostante questo, non rinunciano alla visita. Pelletier prova ad avviare una conversazione che tocca molti temi, cinema, musica, teatro. Gli altri tacciono. All’improvviso, la conversazione si sposta sugli studi archimboldiani, forse avviata da Norton, mentre armeggia in cucina. Pritchard dice che la letteratura tedesca gli sembra una bidonata.

Dopo questa necessaria premessa, la parola può finalmente passare all’autore della storia.

(Pritchard) dijo que la literatura alemana le parecía una estafa.
Norton se rió, como si alguien hubiera contado un chiste.
Pelletier le preguntó qué conocía él, Pritchard, de la literatura alemana.
En realidad, muy poco – dijo el joven.
Pues entonces usted es un cretino – dijo Espinoza.
O un ignorante, por lo menos – dijo Pelletier.
En cualquier caso, un badulaque – dijo Espinoza.
Pritchard non entendió el significado de la palabra badulaque, que Espinoza pronunció en español. Tampoco Norton lo entendió y quiso saberlo.
Badulaque – dijo Espinoza – es alguien inconsistente, también puede aplicarse esta palabra a los necios, pero hay necios consistentes, y badulaque se aplica sólo a los necios inconsistentes.
¿Me està usted insultando? – quiso saber Pritchard.
¿Se siente usted insultado? – dijo Espinoza, que empezó a sudar de forma copiosíssima.
Pritchard bebió un sorbo de su zumo de naranja y dijo que sí, que en realidad se sentía insultado.
Pues entonces tiene usted un problema, señor – dijo Espinoza.
Típica reacción de un badulaque – añadió Pelletier.

L’autore è un cileno, Roberto Bolaño, la storia quella di 2666, Benno von Archimboldi un bellissimo pretesto.

Badulaque (com. coloq.): persona necia, inconsistente; necio: ignorante y que no sabe lo que podía o debía saber. Da qui.

Written by lesewanderer431

31 maggio 2009 alle 8:52 am

L’Italia è un’isola delle Hawaii. E anche un’arancia.

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Lo è per chi abbia vissuto in Turingia dopo la seconda guerra mondiale e prima della riunificazione tedesca.

Es war einfach nicht die Zeit dafür. Fünf Tage mit dem Bus: Venedig, Florenz, Assisi. Für mich klang das alles wie Honolulu. Ich fragte Martin und Pit, wie sie denn darauf gekommen seien und woher überhaupt das Geld stamme und wie sie sich das vorstellten, eine illegale Reise zum zwanzigsten Hochzeitstag.
Ich hatte mich darauf verlassen, daß Ernst nicht mitmacht. Für ihn waren ja diese Monate die Hölle. Wir hatten wirklich anderes im Kopf als Italien. Aber er schwieg. Und Mitte Januar fragte er, ob wir nichts vorbereiten müßten – am 16. Februar, einem Freitag in den Schulferien, sollte er losgehen – und wie wir mit unserem DDR-Papieren über die italienische Grenze kämen und über die österreichische. Als ich ihm sagte, was ich von den Kindern wußte, daß wir von dem Reisebüro in München westdeutsche Ausweise erhalten würden, gefälschte wahrschenilich, spätestens da dachte ich, jetzt ist Schluß, nicht mit Ernst Meurer. Aber er fragte nur, ob die beide Paßbilder dafür gewesen seien. “Ja”, antwortete ich, “zwei Paßbilder, Geburtsdatum, Größe und Augenfarbe – mehr brauchen die nicht.”
Es war wie immer. In den dunkelgrünen Koffer packten wir unsere Sachen, in die schwarzrot karierte Tasche Besteck, Geschirr und Proviant : Wurst- und Fischkonserven, Brot, Eier, Butter, Käse, Salz, Pfeffer, Zwieback, Honig, Apfelsinen und eine Thermoskanne Tee und eine mit Kaffee.
Pit fuhr uns nach Bayreuth. An der Grenze fragten sie, wohin wir wollten, und Pit sagte Shopping.
Der Zug hielt in jedem Nest. Außer Schnee, beleuchteten Straßen, Autos und Bahnhöfen sah ich nicht viel. Wir saßen zwischen Männern, die zur Arbeit fuhren. Als Ernst eine Apfelsine schälte, dachte ich zum ersten Mal wirklich an Italien.

Semplicemente non era il momento giusto. Cinque giorni col pullman: Venezia, Firenze, Assisi. Per me il tutto suonava come Honolulu. Chiesi a Martin e a Pit come fosse loro mai venuto in mente e da dove venissero i soldi e come se lo immaginassero, un viaggio illegale per il ventesimo anniversario di matrimonio.
Avevo contato sul fatto che Ernst non venisse. Per lui quei mesi erano stati un inferno. Avevamo ben altro per la testa che l’Italia. Invece non disse nulla. E a metà gennaio chiese se non dovessimo preparare qualcosa – sarebbe dovuto partire il 16 febbraio, un venerdì durante le vacanze scolastiche – e come avremmo passato il confine italiano e quello austriaco con i nostri documenti della DDR. Quando gli dissi quello che sapevo dai ragazzi, che avremmo ricevuto carte di identità della Germania dell’Ovest, probabilmente falsificate, dall’agenzia di viaggi di Monaco, al più tardi in quel momento pensai finisce qui, con Ernst Meurer non funziona. Ma lui chiese soltanto se le due fototessere fossero per questo. “Sì” risposi, “due fototessere, data di nascita, altezza e colore degli occhi – non hanno bisogno d’altro.”
Era come sempre. Mettemmo le nostre cose nella valigia verde scuro, nella borsa a quadri rossi e neri mettemmo posate, piatti e provviste: würstel e pesce in scatola, pane, uova, burro, formaggio, sale, pepe, fette biscottate, miele, arance e un thermos con tè e uno con caffè. Pit ci portò fino a Bayreuth. Al confine chiesero dove volevamo andare, e Pit disse shopping.
Il treno fermava in ogni paesino. A parte neve, strade illuminate, automobili e stazioni, non vedevo molto. Eravamo seduti in mezzo a uomini che andavano al lavoro. Quando Ernst sbucciò un’arancia, per la prima volta pensai veramente all’Italia.

La storia prosegue e lascia il posto ad altre storie che si svolgono in uno dei pochi posti al mondo dove Venezia, Firenze e Assisi potessero suonare come Honolulu, la provincia della Germania orientale (in particolare ad Altenburg, in Turingia) poco dopo la riunificazione tedesca, con riprese e abbandoni di episodi e personaggi che formano un romanzo scritto in forma di racconti da parte di uno scrittore che rispetta il lettore, lasciandolo forse solo un po’ affaticato dall’incedere degli episodi e dall’affollarsi delle figure. Rispetta il lettore perché ne preserva la libertà, specie quella di giudizio: gli racconta solo quella piccola parte di mondo che conosce meglio senza permettersi di trarre conclusioni moraleggianti, anzi, senza trarre alcuna conclusione; si limita ad accompagnarlo discretamente per qualche passo all’ingresso del suo mondo provinciale offrendogli solo quegli elementi necessari e sufficienti perché il lettore possa poi proseguire da solo, in tutta autonomia, al più aiutato dalla sua immaginazione, per andare oltre a quello che non è strettamente alla portata del suo sguardo o delle sue esperienze dirette. Pensate a quante informazioni potete ricavare, su quella piccola provincia tedesca, solo grazie al suono hawaiiano di Venezia, Firenze e Assisi e al carattere illegale di un viaggio verso quelle mete: non è più bello di una prospettiva che si fosse limitata a mostrare al suo interno uno Stato che ai propri cittadini aveva tolto per decenni ogni libertà di movimento? E non dicono moltissimo, quelle valigie ed il loro contenuto? E non restituiscono l’unicità e il carattere improvviso del cambiamento, i gravi pensieri che imprigionano la mente e l’inaspettata possibilità di poter pensare ad altro, all’Italia, finalmente non in chiave hawaiiana, possibilità generata dal semplice gesto dello sbucciare un’arancia?
Io, ad esempio, senza saperlo bene, lentamente, procedendo da un racconto e da un personaggio all’altro, appena le storie hanno preso gradualmente il respiro di romanzo, mi sono ritrovata non – come potrebbe apparire – nella provincia orientale della Germania appena riunificata, ma nel mondo in cui vivo, quello di oggi, che anche da quella piccola provincia orientale tedesca di cui ha decretato il fallimento ha tratto ulteriore linfa per proseguire nel suo monomaniacale, escludente e brutale cammino. E questo, va da sé, è un giudizio tutto mio.

Simple storys: ein Roman aus der ostdeutschen Provinz von Ingo Schulze.
Semplici storie di Ingo Schulze.

Written by lesewanderer431

28 maggio 2009 alle 11:16 pm

Una storia vera

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Questa è la storia vera dei rapinatori di banca Kurt Sandweg e Waldemar Velte, che nell’inverno 1933/1934 cercavano la via marittima da Wuppertal all’India. Arrivarono solo a Basilea, si innamorarono di una commessa di un negozio di dischi e si misero a comprare ogni giorno un disco di tango. La mia nonna materna ha passeggiato con loro due volte. Mio nonno sarebbe stato quasi ucciso a colpi d’arma da fuoco da un centinaio di poliziotti perché assomigliava leggermente ad uno dei rapinatori.

Il resto, nel caso vi venga voglia di leggere Fast ein bißchen Frühling, romanzo breve dello scrittore svizzero Alex Capus, meglio non dirlo.

Written by lesewanderer431

14 maggio 2009 alle 8:52 pm

33 attimi di felicità è una raccolta di racconti di Ingo Schulze

con 2 commenti

33 attimi di felicità è una raccolta di racconti di Ingo Schulze.
33 attimi di felicità è una raccolta di racconti di Ingo Schulze.
33 attimi di felicità è una raccolta di racconti di Ingo Schulze.

Sappiate che non mi si sono bloccati contemporaneamente i tasti CTRL e V, è solo il consueto loop in cui finisco quando c’è di mezzo Ingo. Mi scuserete, spero, è che a Ingo voglio proprio bene. Che vi posso dire, oltre al fatto che gli voglio bene? Posso dirvi che è un volume di racconti che si svolgono a Pietroburgo scritti da un tedesco nato a Dresda negli anni ’60, nella finzione letteraria venuti in possesso dell’autore del volume a seguito del fortunoso ritrovamento degli scritti di un tedesco, Hofmann (sì, con una effe sola), da parte di una donna sul treno Berlino-Pietroburgo, scritti che alternano esperienze realmente vissute ad esperienze e visioni solo immaginate e – spesso – spinte all’estremo della violenza, dell’assurdo e del grottesco, dove per la felicità non c’è spazio se non nell’aspirazione ad essa.

Può sembrare poco, però può anche essere tantissimo, dipende da voi.

Esattamente come può apparire scarso o deludente il risultato di Schulze in questo suo esordio letterario, quanto meno se lo paragoniamo alla scrittura sicuramente più felice e al quadro più organico di un romanzo come Vite nuove o, al contrario, e mi si conceda l’apparente contraddizione, esattamente come può risultare denso di materia e di rimandi e anche di potenzialità e di energie non ancora divenute realtà, quelle che solo un paese enorme, imprendibile, imprevedibile, che affondi le sue radici nel dominio zarista e che abbia da poco finito di vivere l’esperienza della più grande utopia della storia può contenere: dipende sostanzialmente dall’atteggiamento con cui ci si predispone a leggere i 33 attimi di felicità e ad entrare nel contesto russo degli anni ‘90, quello in cui i racconti si svolgono.

Faccio un esempio per tentare di chiarire meglio. L’esempio sarà un oggetto solido e concreto, la Frauenkirche di Dresda, che casca pure bene, visti i natali del mio caro Ingo. Se non avete ben presente com’è, per farvene un’idea potete cliccare qui.
Tutto qua? Sì, tutto qua: una chiesa barocca tedesca realizzata con un pensiero al barocco italiano ma in dimessa arenaria chiara locale, con una cupola molto grande al centro. È così, se la guardate da una certa distanza e basta. Che poi se per caso il barocco non è nelle vostre corde, come non è nelle mie, vi può perfino urtare un po’ (per quanto, a dire il vero, il barocco di Dresda ha un suo elegante senso della misura, ma meglio non divagare, ché poi lo so che, partendo da qui e passando per drappeggi sontuosi, putti alati e riccioli di teste santissime e veneratissime finisco per mettermi a parlare delle lacrime delle Madonne che in tutto l’universo mondo piangono selettivamente, solo a certe specifiche latitudini). Ma provate ad avvicinarvici, se vi va, e a guardarla, sempre se vi va, un po’ più da vicino. La vedrete allora più o meno così.
Forse allora vi chiederete perché alcuni blocchi di arenaria sono più scuri. Senza troppi sforzi di ricerca, potrete scoprire allora che i blocchi chiari sono nuovi e che i blocchi scuri sono quelli originali, raccolti dall’ammasso di macerie nere a cui la chiesa era ridotta dopo i bombardamenti alleati del febbraio del 1945, che nel giro di due giorni rasero al suolo la città e uccisero decine di migliaia di persone. I blocchi scuri sono stati raccolti letteralmente pezzo per pezzo dalle macerie di un luogo insieme tragicamente concreto e ad alto valore simbolico, davanti al quale i cittadini di Dresda hanno trovato naturale, dal dopoguerra in poi, organizzare manifestazioni pacifiste, e poi, diversi decenni dopo, rimessi, ad uno ad uno, caparbiamente ed irrazionalmente, nell’esatto rispettivo posto occupato da ciascuno fino al momento immediatamente precedente il crollo. Perché dal febbraio del 1945 fino alla sua ricostruzione, ultimata nel 2005, la Frauenkirche era così.

Pausa.

E ora ritorniamo, se vi va, a Ingo Schulze, che caparbiamente e irrazionalmente prende in mano, pezzo dopo pezzo, racconto dopo racconto, una materia, la Russia degli anni ’90, sconquassata dal recente crollo dell’URSS, la rielabora letterariamente alla luce di quello che la Russia è stata nella sua storia, nel suo profondo, dai dialoghi di Checov al surrealismo di Charms a Nabokov (e alla Pietroburgo di Belyi e alla canzoncina Dunja, già ripresa da Bulgakov e a molto altro che, confesso, tra i molti blocchi recuperati io non avevo individuato), dagli antichi culti religiosi al socialismo reale, e con lo sguardo della sua esperienza di cittadino tedesco nato nella DDR, perché, se guardata sufficientemente da vicino, di tutto questo si può trovare traccia nella ricostruzione di Schulze.

33 attimi di felicità è una raccolta di racconti di Ingo Schulze.
33 attimi di felicità è una raccolta di racconti di Ingo Schulze.
33 attimi di felicità è una raccolta di racconti di Ingo Schulze.

Dirac non mi è piaciuto.

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Potrei limitarmi al titolo del post perché il senso del mio breve intervento sta tutto lì, ma c’è sempre la possibilità che altri lettori possano apprezzarlo o che piuttosto il mio giudizio negativo sia dettato dalla assoluta mancanza di indulgenza che tendo a riservare agli autori della mia età e di cui sono invece più spesso prodiga nei confronti dei contemporanei nati debitamente prima o debitamente dopo di me, per cui quello del titolo del post non sarà il punto finale.

Dirac, romanzo del tedesco Dietmar Dath del 2006, a dispetto di tutte le apparenze dei temi e dei personaggi toccati, non è un’autobiografia del fisico inglese, non è un ritratto della generazione scema (doof) dei trentenni, non è un’opera che concilia la fisica con la poesia e non è il racconto del progetto Manhattan né di una delle più famose apparizioni degli UFO sulla terra.

È un’opera cui questi temi, ed in particolare il mare di Dirac, la passione di Oppenheimer per Dante e l’incapacità di Dirac di comprenderla (“In fisica cerchiamo di dire qualcosa che prima nessuno sapeva con simboli che tutti capiscono. In poesia vale il contrario.”), la scomparsa repentina e irreversibile dell’intero panorama in cui i trentenni sono nati e cresciuti (l’URSS, il punk, la RAF, il desiderio di colonizzare l’universo) e l’incidente di Roswell servono, ahimè, per costruire un meccanismo solo apparentemente complesso – generato a partire dal protagonista David, che di Dirac desidera scrivere una biografia e che di Dath è l’alter ego - ma così palese ed ingombrante da non poter reggere un romanzo senza distruggerlo, specie se temi e persone finiscono per intrecciarsi o per generare rimandi reciproci su più piani temporali in assenza della semplicità, della spontaneità e della naturalezza che a me sembrano necessarie perché ce lo si possa permettere senza deludere nonostante tutte le ricche e promettenti premesse (e questo è veramente il punto finale).

Written by lesewanderer431

3 maggio 2009 alle 9:19 am

Pubblicato in letteratura tedesca, letture

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Quattro ipotesi, un romanzo

con 4 commenti

Supponiamo che siate disposti a credere che nella letteratura tedesca ci sia altro oltre a Thomas Mann e a Günter Grass.

Supponiamo che vi sentiate attratti da Joyce, ma che la mole di un volumone come l’Ulisse vi trattenga dall’affrontarlo.

Supponiamo che abbiate trovato nei Vicerè di De Roberto una possibile spiegazione della continuità politica delle classi dirigenti italiane che nessun evento  - dal Risorgimento al fascismo all’Italia repubblicana dalla Costituente su su fino a Mani Pulite e oltre – sembra scalfire.

Supponiamo, infine, che apprezziate i film in cui il montaggio di numerose, brevi scene accostate con frenesia domina sulla regia e sulla storia.

Se tutte queste supposizioni sono corrette, allora siete dei potenziali estimatori di Tauben im Gras (Pigeons on the grass, Palomas en la hierba, Pigeons sur l’herbe), di Wolfgang Koeppen, romanzo breve e corale della Germania del dopoguerra, ambientato probabilmente a Monaco in una sola giornata del 1951, privo di un protagonista ma ricco di figure diverse, segnate dalla storia e dal destino, deboli e imperfette, soldati dell’esercito americano di occupazione, ex nazisti, donne e uomini che, appena scampati al campo di battaglia della seconda guerra mondiale, vengono gettati su un nuovo campo di battaglia dominato da voglia di denaro, di cibo, di amore e vita che nella sua tumultuosità e nel suo caos non sembra essere in grado di offrire loro alcuna salvezza o consolazione.

Written by lesewanderer431

25 aprile 2009 alle 10:37 pm